Vagabonding … con una meta

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Ho deciso di accettare una sfida, raggiungere l’illuminazione 🙂 . Semplice no?

Tutto questo parlare di universi paralleli e risveglio ed il mio sempre più forte e quotidiano rumore mentale mi hanno scosso e quindi ho deciso pure io. Firmo sto contratto con l’universo e decido il da farsi. Bella decisione, ma vado dove?

Ho letto quintali di libri su questo argomento ed alla fine ho deciso di farne un riassunto tutto mio e di prendere ciò che mi sembra più sensato da ognuno di loro.

C’è un’attività che però ritengo infallibile, il vagabondaggio. Che sia fisico o intellettuale o spirituale è assolutamente necessario. Anche io vivo in binari costruiti dalla società. Dopo le elementari ci sono le medie e poi le superiori che devono essere scelte in base ai soliti criteri. Quali criteri? La ricerca del lavoro, le probabilità di essere assunto a vita in qualche azienda, la voglia o meno di andare all’estero e blablablablabla in un circuito senza fine. Poi arrivi, forse, all’università e cambi idea giusto quelle dieci o venti volte a seconda dei casi. Finisci, forse, l’università e comincia il secondo giro di ruota anzi roulette russa.

Alla luce del poi, io ho scelto il vagabondaggio, che differisce moltissimo dal non so cosa fare e tento questo. Sicuramente è un percorso di tentativi ma sono assolutamente convinta che ci sia una mano invisibile che tira i fili del nostro sentire. Proviamo a pensare a quando navighiamo su Internet senza una meta precisa. Il meccanismo geniale degli hyperlinks ci aiuta in questo. In una pagina troviamo dieci links su argomenti simili o di approfondimento che a loro volta ci portano in altrettanti links. Dopo un’ora o due di ricerca se osserviamo bene, abbiamo preso qualche appunto o salvato qualche bookmarks. Il percorso che abbiamo seguito è inconsciamente guidato da qualche nostro interesse, magari latente e paziente, magari poco scontato. Nessuno di voi ha mai prenotato un posto al teatro per un’opera anche se non c’è mai stato o un corso su cose che non aveva previsto o un week end in un posto impensabile?

Spesso si parte con una meta o anche senza meta (si crede) e si giunge a scoprire qualcosa di interessante. Nei corsi di self empowerment ci viene raccomandato di focalizzare bene il nostro obiettivo e di buttarci tutte le nostre energie. Secondo me, ni. Ovvero, se già sapessimo qual è il nostro obiettivo da raggiungere e fosse davvero ricco di passione, faremmo carte false per raggiungerlo, se esitiamo significa che forse non è un nostro obiettivo, forse è quello di un nostro parente o quello che ci dice di fare la scuola o la mamma o il fratello o il marito. Non vi è mai capitato? Dico io, perché altrimenti dovremmo pagare 1000 euro un corso ad un guru perché ce lo spieghi?

Ma come praticare questo Vagabonding? E’ un viaggio che ha bisogno di risorse. E’ un viaggio in cui il budget è solo stimato ed incerto, il tempo una variabile assolutamente disponibile (se sei un dipendente in azienda sai cosa intendo). E’ un viaggio da cui ti aspetti tutto o niente e che avrà molto probabilmente un ritorno al quale sarà difficile dare un valore. Che valore può avere visitare dieci diverse città nel mondo? Incontrare un migliaio di persone di diverse culture? Imparare un po’ di storia e geografia dal vivo? Magari trasferirsi definitivamente in un altro luogo? Che valore può avere tutto questo? Siamo abituati al concetto di valore economico per cui spesso è difficilmente valorizzabile un approccio di questo tipo. Se vagabondiamo culturalmente, religiosamente, spiritualmente o semplicemente cambiando spesso impiego, tutto ciò che valore può avere per noi?  Ho posto questa domanda a moltissime persone, nel mio percorso di cambiamento interiore e le risposte che sento di più sono: “Magari potessi!” oppure “No no, a me piacciono le cose stabili”.  A proposito, qualcuno di voi sa definire la stabilità oggi? Io no. So solo una cosa che la stabilità viene spesso individuata come ‘assenza di precarietà’ che spaventa, lo riconosco. Se si è stabili non si è precari. Questo è un assioma che la nostra cultura ci ha donato (e che forse il buon Monti ha messo in discussione un bel giorno parlando di posto fisso a vita per i giovani). Stabilità, per molti oggi, è presenza di un lavoro stabile.

Ho fatto molte riflessioni (è noto che io rifletta assai) e poi mi sono rotta le scatole. Voglio diventare una vagabonda. Voglio camminare errando per questo paese e forse altri e cambiare ogni giorno punto di vista. Come lo farò? Come quando navigo in Internet senza un perché (apparente). E voglio vedere cosa succede. Voglio vedere se riesco a ritrovare un percorso che non sia più solo lineare (dopo questo si fa quello) ma casuale. Credo che possa essere davvero interessante.

Voglio uscire dagli schemi che altri hanno disegnato per me ed io da brava figlia ho seguito fino ad oggi. Voglio fare come fa mia figlia che un momento disegna un elefante e due secondi dopo tira fuori gli scacchi, poi si traveste da qualcosa e dice: “Andiamo a mangiare un gelato?”.

Qualcuno definisce questo, andare a caso, non avere uno scopo. Questa storia dello scopo mi fa veramente sorridere e ci sono voluti quarant’anni per capirlo. Il mio scopo è vivere e conoscere ed assaporare il mondo, non guidare un treno che so già dove va a finire.

Vagabondare, per come lo sto intendendo io non è fare vacanza. Anzi. E’ investire il proprio tempo prezioso per sperimentare e mettersi in discussione. Per riflettere passo dopo passo su ciò che si può apprendere dalla propria esistenza quando si fa qualcosa di inaspettato.

Vagabondare non è vivere le grandi emozioni tipo lanciarsi con il paracadute per sentire il cuore battere. E’ vivere intensamente ogni momento, fosse anche fare il punto croce (io non lo faccio da almeno venti anni! ).

Oggi ho ricevuto una rivista alla quale sono abbonata e che si occupa di Teorie comportamentali e sociologiche. Si parla in questo numero di Teoria delle Decisioni e subito mi è venuto in mente il buon Herbert Simon  e molti altri studiosi di economia cognitiva che ho studiato all’università.

Pensavo, infatti, al mio vagabondaggio. Se mi mettessi davvero a vagabondare su ogni aspetto della mia vita, senza seguire schemi precompilati come potrebbe una grande multinazionale prevedere necessariamente che se acquisto il prodotto A poi dopo un paio di mesi acquisterò , con una probabilità del 90% il prodotto B? Ho letto con estremo interesse questo articolo e ricordo che nel periodo dell’università pensavo che riuscire ad anticipare i desideri delle persone, fosse una grandissima scoperta e che lavorando nel marketing avrei potuto fare dei bei progetti, entrare nella testa delle persone e prevedere le loro mosse. Fico! Quanti successi avrei potuto mettere nel sacco?

Qualcosa in effetti è possibile prevederlo, ci sono dei clusters ben definiti e chiaramente leggibili dalle aziende. Lo fanno tutte quelle che producono qualcosa, anticipano un bisogno o lo creano o lo seguono se sono in ritardo. Interessante. Che bisogni può avere un vagabondo dello spirito, della vita, del lavoro?

Cosa potresti prevedere per me, grande multinazionale? Cosa ho nella mia testa? Ti rispondo io, solo un’incredibile voglia di esplorare ogni aspetto della vita, ma in ordine casuale.

Le regole che seguirò saranno semplici:

  1. Tenere questo approccio per sé. Non tutti sono in grado di capire questo modo di vivere e spesso inconsapevolmente e intrappolati nei propri schemi si tende a smontare gli altri… evitiamo di farci smontare da questi individui
  2. Non trasformare queste esperienze in obiettivi (no date di inizio, scadenza, no acquisti inutili … )
  3. Scrivere ogni giorno le proprie sensazioni a riguardo

 

 

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