La cultura degli alibi

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Chi allena bene una squadra e porta a casa tutti i risultati di un Velasco, sa bene come motivare i giocatori. Anzi, sa bene come motivare la squadra e come renderla flessibile ai cambiamenti di scenario così dinamici che si incontrano durante una partita. Vero è che spesso, proprio questi giocatori, stanno ore ad osservare l’avversario e cercano in qualche modo di abbassare il livello di rischio cercando ‘patterns’ e modelli di strategia di gioco ripetuti e ripetibili.
Oggi nella vita di una azienda invece, dovremmo avere la sfera di cristallo, in quanto le variabili che si muovono fuori dal perimetro organizzativo sono innumerevoli, spesso senza un nome e cognome ed a volte la paura è forte e si fanno molti sbagli. Inoltre l’avversario non è mai uno solo oppure lo è ma apre fronti separati impegnando le nostre truppe più del dovuto e consumando energia e risorse preziose.

A volte si sente dire: “Non ha fatto nulla, non ha preso decisioni ed ora l’azienda ha problemi. Avrebbe dovuto agire”.
Non è forse anche la mancanza di azione una decisione? La decisione di non decidere non è un’azione?.
Osserviamo più da vicino le nostre vite professionali.

Quante volte ci capita di dire: “Ho dovuto agire così, se Tizio non avesse fatto colà allora avrei avuto informazioni sufficienti per poter fare la cosa giusta”, “Ho dovuto buttare anni di studio e scegliere un altro percorso di carriera perché a, b e c hanno insistito e mi sono trovato nel contesto sbagliato”.
I contesti oggi non sono numerabili, forse sono delineabili in grandi macro categorie che li possano descrivere, ma sono difficilmente individuabili.
Velasco dice: “Cerco schiacciatori che risolvano una palla alzata male“, uno schiacciatore così bravo che trovatosi nel contesto difficile ha il carisma di prendere una decisione che, indipendentemente dalle responsabilità altrui, possa portare al miglior risultato per la squadra.

Certo penso sia umano tentare di ‘scaricare il barile‘ e cercare giustificazione davanti ad una ‘palla’ schiacciata male e credo anche che in questo caso viva il senso della bellissima frase del film Beautiful Mind, la scena in cui John Nash (Russell Crowe) descrive ai suoi compagni le dinamiche dominanti ovvero la rivisitazione di Adam Smith “Il miglior risultato si ottiene quando ogni componente del gruppo farà ciò che è meglio per sè… e.. per il gruppo“.

L’alibi, oltre ad essere un atteggiamento di comodo per molti, non porta innovazione, non spinge al cambiamento, non dona flessibilità e non permette di migliorare perché non si lavora mai su se stessi ma su elementi controllati da altri.

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